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Biodiversità agricola da salvaguardare: la "puma lappedda" del messinese

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Scritto da Daniele Mento   
Mercoledì 06 Maggio 2009 12:40

puma lappeddaGli effetti della globalizzazione, la selezione di cultivar e di ibridi sempre più produttivi e l’omogeneizzazione dei gusti dei consumatori stanno depauperando l’immenso patrimonio di varietà ed accessioni locali delle specie agricole. 

Nel litorale tirrenico messinese (ed in particolare tra i comuni di Saponara, Rometta, Monforte e San Pier Niceto) fino ad alcuni decenni fa veniva diffusamente coltivata la cosiddetta “puma lappedda”, una cultivar di mela molto apprezzata nel comprensorio per le caratteristiche organolettiche e per il particolare profumo che emana il frutto maturo.

Tale cultivar fino ad alcuni decenni fa veniva coltivata su piccoli appezzamenti di terreno spesso per autoconsumo o per la vendita in ambito locale o provinciale. Ad oggi tale coltura risulta quasi del tutto abbandonata, ad eccezione di alcuni agricoltori che continuano a coltivarla, permettendo così il mantenimento di quella biodiversità agricola minacciata dallo sviluppo agricolo. Conservazione della biodiversità che significa non solo conservazione del patrimonio genetico, ma anche tutela delle tradizioni ed usi legati alla specifica coltura e tutela di un territorio rurale scarsamente vocato alle cultivar commerciali ed a rischio di abbandono.

Dal punto di vista morfologico il frutto (falso frutto) della puma lappedda si presenta colore giallognolo schiacciato leggermente ai poli con polpa compatta, bianca molto profumata mediamente succosa molto dolce e gradevole al gusto. I semi di colore marrone scuro, a forma di goccia leggermente bombati, sono in numero di 6 - 7 e vengono custoditi nel torsolo. Tagliando il frutto in orizzontale il torsolo assume la forma di un fiore a 5 petali.

L’albero presenta un fusto con una colorazione grigio marrone raggiunge grosse dimensioni, le foglie sono verdi lanceolate semilucide, il fiore è a 5 petali bianco-rosacei. La pianta predilige terreni collinari, alle quote più basse non produce in maniera ottimale (soprattutto a causa delle esigenze in freddo), il periodo di fioritura è marzo-aprile. La fruttificazione avviene a luglio, la potatura a gennaio o a febbraio (il detto del luogo dice "innaru puta paru, frivaru puta paru"). La concimazione veniva fatta con concime stallatico, Il frutto presenta una elevata resistenza nei confronti dei parassiti, si riesce ad ottenere una discreta produzione anche in assenza di impiego di fitofarmaci. La pianta viene innestata su franco o su cotogno, sempre in presenza della luna piena (inizi febbraio-fine febbraio). La coltura poteva essere  irrigata ma, in asciutto il frutto viene più dolce. La puma lappedda è un frutto che una volta raccolto si conserva bene ad anzi migliora le sue caratteristiche organolettiche (diventa più dolce e profumato). I frutti una volta raccolti per mantenerli il più a lungo possibile, vengono avvolti in una rete (ruteni).

La rete viene appesa in un luogo areato e fresco, a volte anche all'aperto sotto i balconi, si consumano nel periodo invernale. Queste mele in passato erano molto apprezzate nel periodo di Natale perché, insieme ai fichi secchi, rappresentavano gli unici frutti che si avevano a disposizione. Oltre 60 anni fa questa mela aveva anche scopi curativi, infatti, le mamme, quando i bimbi avevano il raffreddore, ne mettevano una sulla brace del braciere, una volta arrostita si schiacciava in un piatto, si aggiungeva un po' di zucchero ed era un toccasana.

Nello stesso perido questa mela rappresentava una forte fonte di guadagno per S. Pier Niceto ed i comuni limitrofi, infatti, il commercio si incentrava su di essa e sui "pomodori di scocca" (pomodoro a grappolo) che venivano portati per la vendita, con i carretti a Messina.

 

Daniele Mento


 

 


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