La Politica agricola dell’UE a confronto con quelle dei Paesi non comunitari |
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| Scritto da Luigi Pisoni |
| Sabato 09 Maggio 2009 21:19 |
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La Politica agricola comune (Pac) ha ormai da qualche tempo superato la soglia dei cinquant’anni d’età. A partire dal 2013 dovremo aspettarci – come ipotizzato dallo stesso commissario europeo all’agricoltura, Mariann Fischer Boel – cambiamenti significativi nelle politiche di sostegno al comparto. Che cosa accadrà? Per certi aspetti il dibattito è ancora ai primi stadi. Ad ogni modo, alcuni elementi interessanti possono emergere da un confronto tra le politiche agricole applicate da vari Paesi non europei. La globalizzazione delle economie e dei mercati porta infatti con sé un lento ma costante processo di convergenza tra le regole che governano l’intervento pubblico in un settore chiave del commercio mondiale, quale quello agroalimentare. L’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) - della quale nel 2001, come è noto, è entrata a far parte anche la Cina - ha concepito fin dal 1990 l’obiettivo della progressiva riduzione delle varie forme di sostegno all’agricoltura con particolare riferimento alle barriere di tipo doganale e, più in generale, alle misure ritenute distorsive della libera concorrenza.
Questo orientamento di fondo ha prodotto innanzitutto aggiustamenti nelle due politiche agricole ritenute a buon diritto più rappresentative sullo scenario mondiale: quella della Comunità Europea e quella statunitense. Partiamo innanzitutto dalle cose di casa nostra. Negli ultimi quindici anni in Europa l’ammontare complessivo delle risorse pubbliche destinate all’agricoltura è rimasto sostanzialmente invariato, ma è cambiato in maniera significativa il modo con cui questi contributi sono erogati. Le vecchie misure di politica agraria atte a mantenere artificialmente alti i prezzi di mercato dei beni agricoli sono state progressivamente scalzate da aiuti diretti (i cosiddetti aiuti “disaccoppiati” dalla produzione), ossia contributi percepiti dagli agricoltori sotto forma di assegno integrativo del proprio reddito indipendentemente sia dalle quantità prodotte sia, a partire dal 2003, dal tipo di colture. Tutto ciò è avvenuto soprattutto per rispondere alle richieste del Wto circa la necessità di evitare interventi pubblici che potessero falsare il normale gioco della concorrenza a livello internazionale. Che cosa accade nel Nord America? Dopo l’Unione Europea gli Stati Uniti rappresentano senza dubbio il più importante termine di paragone per osservare l’evoluzione delle politiche agricole a livello globale. Anche negli Usa, a partire dal 1995, si osserva l’introduzione dei pagamenti disaccoppiati in sostituzione di precedenti meccanismi basati su prezzi garantiti. Questo sistema continua ad essere in vigore tuttora, ma nel tempo è stato integrato da alcune altre misure, tra cui i cosiddetti pagamenti anticiclici: si tratta di aiuti supplementari che vengono erogati in aggiunta ai normali aiuti diretti quando il reddito degli agricoltori statunitensi scende al di sotto di determinati livelli a causa di annate particolarmente sfavorevoli. Coloro che invece devono confrontarsi quasi senza reti di salvataggio con il libero mercato sono gli agricoltori australiani e neozelandesi. Questi ultimi, in particolare, derivano dalle risorse pubbliche dedicate al settore meno dell’1% del proprio reddito (in Italia, per fare un confronto, la percentuale è in media del 36%). La rassegna sulle politiche agricole nel mondo potrebbe continuare con moltissimi esempi, ma per ora concludiamo con il caso di un Paese che di liberismo in agricoltura non ne vuol proprio sapere e tutela gli agricoltori ancor più dell’Unione Europea: è il caso del Giappone. I governi del Paese del Sol Levante curano da decenni il settore agricolo con grande attenzione e lo assistono anche con forme di aiuto spesso mal tollerate dall’Organizzazione mondiale del commercio. Dal canto suo il mondo agricolo giapponese ha ben approfittato di questo regime di vero e proprio protezionismo economico, organizzandosi in forma aggregata e costituendo grandi cooperative capaci di proporsi come interlocutori di tutto rispetto dei poteri pubblici.
Luigi Pisoni |
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