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Tuonano le mietitrebbie al sud

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Scritto da Ada Cosco   
Martedì 15 Giugno 2010 15:05

Tuona la mietitrebbia nel marchesato crotonese, quasi a dichiarare un attenzione insolita per un vecchio catorcio, di nome e, di fatto, che maestosamente peregrinando va sbruffando. Eccolo lustrato a puntino, ingrassato, completo di gasolio e, via nella vallata per ricavare un anno di preoccupazioni, ma anche di speranze, nutrendo il desiderio in buon raccolto.

E la spiga del grano, entra serenamente nella caverna d’acciaio, uscendo separata, perfetta e ignuda, dolcemente abbrancata da quei denti che ne hanno viste veramente tante testine dorate, per riempire i cassoni dell’articolato che attende ore e ore per finire un carico che spesso non soddisfa il contadino. La prima macina viene visionata dai vecchi esperti, si prende dolcemente un pugno di grano lo si posiziona sul palmo e si scruta, soppesandolo, ma interessa anche il colore, poi ha un odore inconfondibile, profumi d’altri tempi che pochi riescono ad apprezzare. Ma che fa, lo vende o lo lascia in cascina? Il più adatto lo si ammucchia in magazzino attendendo tempi migliori, cioè che il prezzo prende piede. Altri che non hanno la possibilità d’immagazzinarlo, lo portano direttamente ai commercianti, taluni grossisti che vendono a 60, talvolta anche ad 80 euro il seme, e comprano a 17-18 euro il grano d’annata, strozzini del mondo agreste. Ma i colpevoli di tutto questo stanno molto in alto. E pensare che il pane e la pasta sono andati alle stelle. Caro vita ma per gli agricoltori niente ritorno, anzi, temono di non farcela per ogni anno che passa. Maledetta integrazione grida qualcuno: “ perché il prezzo non riesce a coprire le spese che affrontiamo”, il premio comunitario (di che ??), serve solo da integrazione, supplemento che non esalta il lavoro, la qualità, sollevando l’economia, anzi, spegnendo quell’orgoglio italiano delle cose fatte con gran considerazione e amore e sotto il marchio del Made in Italy. Il granaio dell’Italia peninsulare veniva chiamato il giardino di Pitagora, l’antica kroton. Ma adesso nel nuovo millennio, nonostante l’Europa vuole imporre gli standard produttivi consoni alle recenti politiche comunitarie, si sono fatti passi indietro, naturalmente a discapito del contadino, e della qualità agroalimentare, che non vuole essere premiato per non produrre ma valore aggiunto alla produzione.

Ritorniamo a parlare di questo chicco dorato per il valore non solo energetico. E necessariamente lo facciamo sullo sfondo di una realtà che ne ha fatto una nicchia nei tempi trascorsi e continua come per dovere di tradizione ad essere un protagonista nelle coltivazioni del marchesato crotonese. Sotto il sole cocente di giugno, raggi che non perdonano il contadino, ma assicurano anche una buona essiccazione del chicco, si attende di “macinare” così dicono i nostri uomini, rassicurandosi alla provvidenza. A “spisa” è d’obbligo, si sa quando si esce da casa ma non si sa quando si ritorna, racchiusa nel grande fazzoletto di lino grezzo che sostituisce le odierne plastiche da mille usi. E che profumo emanano quei fagottini pieni di salsiccia e soppressata, pecorino e olive, il tutto accompagnato da un pane che glorifica la produzione nostrana, che rappresenta i luoghi di provincia in cui ancora “le fatte” di pane sono cotte con frasche d’olivo in forno di terrecotte. E intanto si condivide il momento mangiando con gli amici di lavoro, magari appoggiandosi dovunque senza farsi troppi scrupoli nella forma, sorseggiando un buon vinello. Godendosi una giornata piena di ricordi, perché la compagnia invita a nostalgie passate. Accompagnati rigorosamente da quei moscerini piccolissimi, che ronzano all’impazzata fino a posarsi sulla pelle per lasciare il pungiglione.  Ma dove va a finire il nostro grano lo abbiamo pensato, -ci siamo chiesti più volte-, perché vediamo che spesso le farine che poi vengono trasformate dai panificatori e pastai giungono d’altrove, luoghi non ben identificati dalla provenienza. Ingiustizia subita anche in questi atteggiamenti, eppure vantiamo mulini di trasformazione, non dovrebbero esserci problemi per ridurre in polvere il cereale e dare il meritato PIL al territorio. Dalle spigolatrici ad oggi, passi se ne sono fatti, eccome, ma quanto è riuscito a recuperare il contadino se non una posizione che non riesce a conquistare un ruolo importante per la società odierna.

Tornare indietro nel tempo è il sogno di coloro che hanno vissuto a cavallo di quei periodi in cui il contadino era tutto, il signore della terra, l’amministratore del patrimonio rurale, erede di cultura e tradizione che i “sopravvissuti” vogliono continuare a tramandare… se qualcuno glielo permette.

 

Ada Cosco

 
Autore di questo articolo: Ada Cosco

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